Quattro piccole merende tra amici

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Pietro Pacciani durante una deposizione in Tribunale

“Se ni’ mondo esistesse un po’ di bene,
e ognun si considerasse suo fratello,
ci sarebbe meno pensieri e meno pene,
e il mondo ne sarebbe assai più bello!”

Questi versi, che a una prima e superficiale lettura potrebbero sembrare quelli di un poeta vernacolare toscano, in realtà sono stati declamati, dentro un’asettica aula giudiziaria, da un contadino di nome Pietro e di cognome Pacciani: condannato in primo grado per 4 degli 8 duplici omicidi del Mostro di Firenze, poi assolto in Appello, e infine defunto in attesa di subire il processo in Cassazione, il Poeta è membro a pieno titolo di quel folto parterre popolato dai personaggi negativi e maledetti dell’Italia contemporanea.

In conseguenza a cotale saga mediatico-giudiziaria (non ancora totalmente spentasi) lo stigma di Mostro è toccato proprio a lui, Pacciani, pur con la complicità operativa di quattro amici, tutti toscanissimi, in compagnia dei quali soleva trascorrere il tempo libero, tra ricche libagioni pomeridiane e battute vespertine di voyeurismo sessuale ambientate in contesti bucolici.

La poesia in oggetto non è stata l’unico momento paccianiano presente in quel procedimento giudiziario, drammatico quanto inopinato contenitore di numerose altre perle di involontaria comicità.

Il piatto è ricco e succulento: se il dittatore Pinochet diventava PinoCHEF, echeggiando una perizia culinaria che mai ci saremmo aspettati dal golpista cileno, una testimone “puzzava di volpe” durante un ballo che il Pacciani stesso si adoperava a mimare davanti ai giudici; ancora, l’imitazione della Ford che non partiva, con tanto di richiamo onomatopeico al motore impallato, sarebbe stata meritevole quantomeno di partecipare a una puntata de “La Corrida” di Corrado.
Si giunge poi ai richiami biblici alla Creazione e alla natura del mondo “che ‘un s’è fatto noi, ma Adamo ed Eva, è da lì che viene tutta la generazione”, e che tratteggiano un Pacciani alquanto interessato a questioni di tipo spiccatamente teologico-spirituale.

Ma l’immagine più evocativa è quella in cui l’autodefinito agnelluccio estrae un santino di Gesù Cristo in favor di telecamera, proclamandosi “innocente come Cristo sulla Croce”.

Pacciani e suo fratello Gesù

Ineffabili anche le espressioni che soleva indirizzare alla moglie, rivelate da quelle “intercettazioni canore” (sic) tuttora cliccatissime su Youtube, nel corso delle quali Egli definiva la stessa alla stregua di una “brutta maledetta puttanaccia”, di un “animale velenoso” o di una “sudicia, velenosa e diavola”.

Chapeau, insomma: un soggetto che potremmo definire triviale, rozzo e boccaccesco quanto vogliamo, ma nel quale non possiamo non scorgere una discreta dose tanto di scaltrezza quanto di intelligenza, pur nell’economia complessiva di una personalità avvezza al crimine e alla violenza più di quanto Luca Giurato non lo sia rispetto al killeraggio di congiuntivi e consecutio temporum.

Quanto ai complici del Poeta, dal canto loro, non sono certo da meno. A partire da quel Mario Vanni che, durante un dibattimento, arriva a inneggiare al Duce e a promettere un pronto “risorno” (sic) delle camicie nere, invocando poi quello che, forse, riteneva essere un diritto costituzionalmente garantito: la famosa “libertà per andare alla banca e alla Posta”, circostanza che finirà per mettere a dura prova la pazienza del povero P.M. Canessa.
Ma riesce a superarsi quando ribadirà svariate volte, in risposta a domande vertenti su ben altre questioni, l’abitudine che l’intera combriccola aveva di cimentarsi in epocali merende in quel di San Casciano in Val di Pesa (ma solo “dopo desinare!”, come avrà cura di precisare a beneficio di chi nutrisse dubbi sulla salubrità della sua dieta). Quest’ultima circostanza farà ascendere il Vanni e l’intero gruppo direttamente all’Epos nazionalpopolare, contribuendo al conio di un’espressione che persino l’Accademia della Crusca finirà per sdoganare in tempi successivi: i “Compagni di Merende”.

Mario Vanni immortalato nel suo celebre afflato mussolinano

A puntellare l’ensemble criminale, casomai Pacciani e Vanni non vi bastassero, troviamo altri personaggi pittoreschi quali il Lotti, il Pucci e il Faggi, ossia un campionario umano oscillante tra l’oligofrenia spinta e l’analfabetismo propriamente detto, non dimenticando una rapida menzione al mondo delle parafilie sessuali reinterpretate in chiave casereccia.

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Pucci, Faggi e Lotti

Riscontriamo forse una maggior serietà tra i numerosi teste? Macché! Se tale Butini si premurerà di specificare che “un so finocchio!”, rimarcando quindi una differenza tra il concetto di omosessualità e il semplice voler bene, su tutti svetta quello che diventerà “il Nemico di Pacciani”, ossia tale Lorenzo Nesi, che i giudici appelleranno sempre, chissà perché, come “il Nesi Lorenzo”, a disdoro di quella convenzione linguistica che vorrebbe il nome pronunciato prima del cognome.

Costui si dimostrerà sin dai primordi un vero e proprio dandy in formato toscano: schermato da un paio di eleganti occhiali fumé da giocatore di poker, e vestito con improbabili abbinamenti cromatici (forse ideati nella sua azienda d’abbigliamento), sarà proprio la sua testimonianza a inchiodare il Poeta durante il processo di primo grado. Ma anche altri aspetti concorreranno a conferirgli un’aura quasi pop, su tutti il suo particolarissimo eloquio, che trasforma i peli pubici in “peli di fiha” e che gli fa aspirare o strisciare una buona metà delle consonanti dell’alfabeto, portandolo infine a incorrere negli strali di un esasperato Pacciani, che in aula lo apostroferà come “buffone” (guadagnandosi così il conseguente allontanamento).

Il nemico di Pacciani: Lorenzo Nesi

Insomma, quello che sulla carta dovrebbe essere il classico procedimento penale, pur riferito a fatti di enorme gravità, viene sottoposto dapprima a un processo di transustanziazione in autentico spettacolo di cabaret, per poi finire sublimato in una miriade di meme a tema presenti su piattaforme social quali youtube e succedanei.

Al di là dei recenti sviluppi giudiziari, che lasciano subodorare svariati dubbi sia sulla reale dinamica dei fatti che sul grado di effettivo coinvolgimento di alcuni degli imputati, resta ad oggi un grande rimpianto: che quel tipo di comicità non abbia mai trovato una propria entelechia nel rutilante mondo dell’avanspettacolo, ma che sia rimasta confinata alle bettole e alle campagne fiorentine, venendo ad emersione solo in una sede del tutto impropria allo scopo quale quella processuale.

I quattro o cinque soggetti in questione avrebbero potuto tranquillamente militare in una compagnia comica di natura popolar-boccaccesca, partecipante a programmi d’intrattenimento di respiro anche nazionale, o – perché no – a qualche film diretto da un Nanni Loy o persino da un Monicelli. Ovunque si fossero esibiti, ne sono certo, avrebbero mietuto una messe di applausi a scena aperta; se poi avessero deciso di assumere come proprio nome qualcosa tipo “i Merenderos“, ci saremmo (tutti) illuminati d’immenso.

Il mio consiglio rivolto agli addetti ai lavori, e al contempo mio grande sogno proibito, è quindi quello di svolgere un casting a tappeto nelle campagne toscane, al fine di scovare personaggi simili ai succitati in quanto a verve comica: genuina e ruspante al tempo stesso. E solo quella, ché gli omicidi e il resto del campionario criminale li eviteremmo tutti molto volentieri!


Eroi

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Inio Asano - Eroi (cover)

Non è mia abitudine acquistare “a scatola chiusa” ma quando si verificano alcune condizioni, lo faccio senza rimorsi. È il caso di questo volume unico di Inio Asano, un autore famoso per produrre sempre manga di un certo livello, diversi tra loro, e assolutamente privi di leggerezza. Al punto che l’ultima volta che avevo acquistato un suo lavoro (La città della luce, 2005), mi aveva calato un po’ di tristezza addosso.

Compri qualcosa per svagarti un attimo e invece t’intristisci. Ma Asano è così. Un effetto simile fa la sua opera più lunga, Oyasumi Punpun, 13 volumi, in cui un bambino dalla testa d’uccello mostra quanto è difficile andare avanti quando la vita ti propone tante difficoltà (e ancora mi chiedo perché fumetti come La Badessa, in cui c’è un protagonista con la testa d’uccello, sembrino originali: ma non è il primo caso di fumetti italiani pericolosamente simili a cose già viste e già pubblicate provenienti dal Sol Levante).

Di Asano ho letto anche: La ragazza in riva al mare, splendido, triste e con contenuti sessualmente espliciti; Il campo dell’arcobaleno, un volume grande, nero e pieno che m’è però poco rimasto impresso; molto famosi sono anche What a wonderful world!, La fine del mondo e prima dell’alba e Solanin, che si trovano sempre ben esposti nelle fumetterie e che non ricordo se ho letto o meno in prestito da qualcuno, ma che comunque, in periodi in cui si legge molto, saran finiti confusi con altre cose.

Resta che anche se Asano si è dedicato più che altro nella sua vita a storie brevi, riesce a coniugare una grande diversità di temi – specialmente psicologici – uniti ad un tratto raffinato. In questo, Eroi ancora riesce a scostarsi dagli altri prodotti in commercio, accostando personaggi kawaii ad una storia alquanto truculenta.

Un gruppo di eroi, ognuno dall’aspetto bizzarro, e che sembrano tutti soffrire in qualche modo per le loro diversità (un’allegoria, nell’aspetto, della diversità umana nell’interiorità e nel proprio vissuto), si uniscono in una foresta maledetta per combattere L’Ombra, spirito maligno che minaccia il mondo. Non c’è proprio niente di tenero in Eroi a parte l’aspetto di molti (e nemmeno tutti: alcuni sono mostri che anziché essere minacciosi sono solo brutti), a sottolineare ciò c’è la colorazione del volume, interamente a colori, ma in una tonalità dominante seppia.

L’edizione è alquanto bella e curata, Planet Manga ovvero Panini Comics, al prezzo di 12.90€. Ogni capitolo è scandito da una frase “epica” su sfondo nero e il cast degli Eroi viene ripresentato ogni volta.

Uno ad uno gli eroi periranno, divorati dall’ombra. Per quanto confusionario e non di facile lettura (e contenente diversi elementi nonsense), Asano vuole mettere come al solito in luce le debolezze umane utilizzando le diverse situazioni che si vanno a creare nella foresta; ad esempio, tra gli eroi, solo Yume-chan e Yamamoto hanno aspetto umano e quando un maleficio trasformerà il viso di Yume deturpandolo e quello di un altro personaggio, Allucinante aggraziandolo, vedremo come Yamamoto rimarrà influenzato dalla bellezza di quest’ultima ragazza che prima invece si presentava come un mostro-testa gigante dall’aria allucinata. Ma questo è solo un esempio. Anche il legame tra Yume e Coccodrillino è interessante. Avvicinati in un momento di difficoltà, la ragazza inizialmente lo rifiuta dicendo “che non ha niente da dargli”, ma alla fine diventeranno inseparabili.

Ah, e attenzione: nonostante ad un primo impatto sembri puccioso, ripeto che non si tratta di un prodotto per bambini, contenendo, tra l’altro, delle scene di abuso su minori nella parte finale (un classico per Asano, anche in Oyasumi Punpun c’era qualcosa del genere).

La cosa migliore e che spacca più di tutte, comunque, è Ufo-Gatto.

Consigliato: sì.


https://www.panini.it/inio-asano-eroi-masas002isbn-it08.html

Suehiro Maruo

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È il giorno di Natale e io, invece di portare in processione per la casa il bambino Gesù cantando tu scendi dalle stelle (cit.), sono qui a pensare a dei fumetti davvero molto macabri acquistati negli ultimi tempi. Entrambi editi in Italia da Coconino Press, sono dell’autore Maruo Suehiro, che conoscevo per essere uno dei nomi più noti del genere ero guro nonsense e di cui già avevo parlato in passato sul mio precedente sito.

Questo Inferno nelle Bottiglie l’avevo adocchiato da mesi in una vetrina, e alla fine, visto che le cose che di solito m’interessano nessuno se le va mai a prendere e restano lì per settimane, mesi e a volte anni, sono tornata in quella libreria e me lo son portato a casa. (Nota: con questo non voglio insinuare che nessuno li compri: quando sono tornata nella libreria ho visto che il fumetto era stato immediatamente sostituito con un’altra copia uguale)

Nel frattempo fuori adesso il cielo è di un grigio imperioso e io credo sempre di più che dovrei scendere a fare un aperitivo, anziché aspettare la cena e poi la morte pensando a giovani giapponesi incestuosi suicidati e perversioni sessuali nei confronti delle mutilazioni.

Ma veniamo a questi titoli.


L’inferno nelle bottiglie, uscito in Giappone nel 2010.

Un’edizione molto bella, con pagine a colori. Comprende più di una storia ma quella che dà il titolo al volume, che è la più lunga, è la trasposizione a fumetti di un classico della letteratura giapponese (autore Yumenu Kyusaku, anno 1929), in cui due ragazzi, fratello e sorella, naufraghi su un’isola, costretti a sopravvivere con la sola compagnia l’uno dell’altra, si innamorano.
Le illustrazioni si intrecciano con il contenuto testuale delle bottiglie, nelle quale i due inserirono delle richieste d’aiuto nella speranza di essere venuti a prendere da qualche soccorso e che lasciano al lettore l’interrogativo di quale sia l’effettivo ordine cronologico con cui sono state inviate queste lettere. Alla fine i ragazzi decideranno di non tornare a casa, colpevoli del loro rapporto incestuoso.

All’interno di questo libro c’è anche un’altra storia che m’è piaciuta molto più e che avevo già letto, ma non in italiano. È la storia di una piccola venditrice di rose, costretta a prostituirsi per accudire il fratello disabile. Il padre, dal quale erano scappati, intendeva vendere i due a un circo di freaks per liberarsi del problema e allo stesso tempo ottenere un po’ di soldi. La ragazza, legata al fratello da un legame di sangue, non vuole separarsi da lui, in quanto è l’unica persona che possiede e a cui vuole bene. È una storia molto triste, in cui erotico e grottesco s’intrecciano, nel pieno stile ero guro nansensu. Questi personaggi e il circo di freaks vengono ripresi in altri volumi di Suehiro, come Tomino la dannata (Coconino Press, 4 volumi, 2014) e Midori la ragazza delle camelie (sempre Coconino, uscito in Giappone nel 1984), dal quale è stato tratto anche un live action attualmente inedito in Italia.

Sinceramente, però, con questo e Il Bruco ho fatto per il momento il pieno di malessere e non credo di comprare altro di questo genere per un po’ di tempo, nonostante abbia apprezzato molto entrambi e trovi Suehiro tra i migliori.
D’altronde, anche quando leggevo Yoshiharu Tsuge, acquistavo i suoi volumi con una cadenza all’incirca annuale (e rispetto a Suehiro, oserei dire che le storie di Tsuge non erano tristi e strane, ma solo vagamente malinconiche, figuratevi cosa sono queste). Ne parlavo qui.

Ma vediamo nel dettaglio Il Bruco. Se dovessi consigliare un volume tra i due, sarebbe sicuramente questo.

Il Bruco.


Una vagina appare in un muro.

Un’opera disturbante. Uscito in Giappone nel 2009 ed edito da Coconino nel 2012, ha il costo di 17€. Da una parte continuo a chiedermi perché leggo queste cose, dall’altra lo so benissimo: probabilmente è il tipo di storie che ancora riesce a colpire la mia immaginazione.

Il Bruco (Imo-mushi) non è altro che un reduce di guerra, mutilato di braccia e gambe, sordo e muto a causa di un problema alle corde vocali, che viene accudito al suo ritorno da una devota moglie. È una storia d’amore ma allo stesso tempo di sofferenza, senza via d’uscita. Nonostante il ribrezzo per l’aspetto fisico del marito, la donna continua a trastullarsi sessualmente con esso (il membro è una delle poche cose ancora integre e funzionanti dell’uomo) e dal quale trae piacere fisico. Al contempo, però, le sue notti sono sempre piene di incubi.
Il Bruco, avendo ridotto le sue funzionalità ai pochi bisogni primari, completamente disabile, ribadisce il suo diritto alla vita sviluppando una vera e propria ossessione nei confronti del sesso e, geloso della moglie, si preoccupa quando lei si allontana anche solo per poco. Così come l’Inferno, anche Il Bruco è tratto da un racconto del 1929, stavolta dello scrittore giapponese Edogawa Ranpo.

Per quanto le illustrazioni esplicite occupino buona parte del volume, non è assolutamente lecito considerarlo un hentai, come potrebbe fare, ad una prima occhiata, una persona disattenta disabituata ai manga. Le riflessioni che seguono sono dovute proprio ad un’interessante conversazione con un amico a cui ho inviato alcune tavole del Bruco e che l’ha confuso inizialmente con un hentai. È uno dei fumetti più profondi che abbia mai letto, e pensare che qualcuno l’abbia creato al fine di eccitare è alquanto riduttivo. Anche se possibile.

D’altra parte, è tipico che il genere erotico s’intrecci con il malessere o semplicemente con le emozioni negative ad un punto tale che la dimensione sessuale perda il ruolo principale. Basti pensare a film dall’epilogo triste come Ultimo tango a Parigi (Bertolucci, 1972), L’amante (1992) o La pianista di Haneke (2001) (sono tutt’altro genere di storie e molto diverse da loro, è per fare degli esempi di tristezza insita in certi legami di natura sessuale), ma qui, per così dire, stiamo ancora andando sul leggero. Esempi di fumetti erotici che arrivano al punto di essere disturbanti ce li danno però alcuni lavori di Crepax, in particolare la sua riduzione di De Sade.
Lo stesso De Sade, considerato da molti solo della mera pornografia scritta, contiene parti che con il sesso non hanno niente a che vedere (basti pensare alla scena disegnata di Crepax, di mutilazione delle dita del piede nel volume suddetto, Justine o le disavventure della virtù). D’altra parte, dove ci sono emozioni forti d’un certo tipo, è molto probabile che se ne sviluppino di conseguenza anche sessuali (infatti, si dice che dall’odio si possa facilmente passare all’amore e viceversa, è solo un altro modo di esprimere questo concetto, e applicarlo a situazioni in qualche senso più comuni). Per non parlare poi di decenni di cinema horror in cui cadaveri e donne nude s’alternavano come se niente fosse. Quindi, per quanto qualcuno potrà rimanere scandalizzato dall’ero guro nansensu liquidandolo con frasi del tipo “ma come fanno i giapponesi ad essere così malati?”, in realtà dimentica oppure preferisce negare che spesso l’animo umano è attratto proprio dalle emozioni che sfuggono al suo controllo e che, in positivo o in negativo, riescono a ricordargli che è ancora vivo e non una pietra senz’anima. E questo gli asiatici lo sanno bene e non hanno vergogna di esprimerlo nei loro lavori, che siano fumetti, film, telefilm.

Perciò, se qualcosa vi disgusta o vi fa ribrezzo, rallegratevene: vuol dire che ancora provate qualcosa e non siete morti.

N.B.: niente me ne voglia il mio amico, appassionato ed esperto conoscitore del fumetto occidentale, e che semplicemente ho tirato in ballo avendomi fornito qualche spunto riflessione.

https://www.animeclick.it/manga/12450/il-bruco

Coconino Press

https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/04/19/news/napoli_the_spark_creative_hub_accoglie_mondadori_bookstore-297132232/

https://www.animeclick.it/manga/25905/binzume-no-jigoku

La natura è la chiesa del diavolo – I film di Lars Von Trier

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Quindi, un crick in faccia a una donna innegabilmente insopportabile, è arte, è questo che dovrei concludere.
(La casa di Jack)

Ultimamente i miei gusti si sono in qualche modo settorializzati, e la scelta verte su cose sempre più disturbate.

Ad esempio, parliamo di Lars Von Trier. Accusato di nazismo nel 2011 per alcune dichiarazioni fatte al festival di Cannes (diceva di comprendere le scelte di Hitler), non si può dire di certo sia un regista facile o allegro. Ha comunque la pretesa, rispetto ad altri autori di film di dubbio gusto/horror, di costruire pellicole ricercate, con significato. Sinceramente non è mai stato tra i miei preferiti, ma nell’ultimo periodo l’ho rivalutato, o perlomeno approfondito un po’.

Quindi posso dire che sia stato, negli ultimi mesi, il mio “regista del momento“, successivo a Cronenberg (in questi anni ho visto molti suoi film, e consiglio assolutamente il numero di Linus di ottobre che è dedicato a lui, in occasione della sua presenza al Festival di Matera), che a sua volta succedeva Lynch (tra i miei preferiti in assoluto).

Delle varie pellicole di Lars Von Trier quelle che ho preferito sono state The Orchid Gardener, uno dei suoi primi lavori, e la serie The Kingdom. Vorrei però, prima di tutto, lasciare qualche commento sugli altri film, in ordine inverso rispetto a come li ho visti.

Infatti posso dire di aver chiuso con lui dopo Antichrist.

Antichrist.

Era il 2009 e ragionevolmente questo sarebbe stato il primo film che avrei dovuto vedere di Lars Von Trier, invece me lo persi. Raccolsi però una testimonianza. Una mia amica che si faceva chiamare micetta87, tutta cuoricini e vestitini, a un certo punto mi disse che sarebbe andata al cinema a vedere Antichrist. Bizzarro, non trovate?

Un’uscita romantica con il ragazzo, che per una volta era riuscito a spuntare un film diverso da 3MSC e Scusa ma ti chiamo amore.

Mi raccontò che erano usciti dalla sala scandalizzati e che stavano per rimettere.
Non ci ho creduto. Micetta87 esagerava. Sebbene questo film non fosse propriamente il mio genere in quel periodo e non avessi intenzione di vederlo, mi suonava strano. D’altronde, la ragazza si chiamava micetta, che commenti bisognava aspettarsi?

Posso dire a distanza di anni che aveva ragione.

Ho limiti su poche cose e se devo elencare qualcosa che non capisco, sono le scene con tentativi di evirazione e taglio dei genitali. Il film è complessivamente profondo, ma – come tutte le opere di Von Trier – contiene un desiderio di scandalizzare lo spettatore, di metterlo alla prova, e anche Lars, ogni volta, desidera spingersi oltre il suo stesso limite. Antichrist inoltre fu realizzato a valle di un suo lungo periodo di depressione, con protagonisti Charlotte Gainsbourg (spesso presente nei suoi film) e Willam Dafoe.

Antichrist contiene all’interno dei temi antifemministi e permette di riflettere sulla natura, la quale, indifferente alla sofferenza dell’uomo, continua sempre il suo corso. Ma tutto ciò che vi sto dicendo è riduttivo: vedetelo e soffrite anche voi come me.

La casa di Jack

L’ultimo lavoro, del 2018, di Lars. Credo sia una delle migliori descrizioni di uno psicopatico mai viste nella storia del cinema. Il problema è che è così realistica da non provocare un reale intrattenimento, ma malessere. Il protagonista, Jack, è un giovane ingegnere che in realtà avrebbe voluto essere un architetto, per costruirsi una casetta tua sua, di quelle carine. Alla fine ci riuscirà. Il protagonista è Matt Dillon, e nel primo episodio c’è anche Uma Thurman.

Consigliato? Forse.
Se volete sentirvi male giusto un po’.

The Kingdom – Riget – Il regno

Il Regno, disponibile su Amazon Prime Video.

Serie medicale in 11 episodi che vi farà dimenticare Dr.House e Un medico in famiglia.

Posso dire che quest’opera mi sia piaciuta sul serio, e sarei capace di rivederla. Citata anche dalla band underground Vanessa Van Basten in alcuni suoi pezzi, Il Regno possiede un mix di ironia, cattivo gusto e cose un po’ fighe da far passare del tempo con reale piacere allo spettatore. La prima serie è del 1994, ma ce n’è anche una seconda del 1997 di 4 episodi, che non ho ancora visto.

Titolo originale: Riget. Che un po’ fa pensare a rigetto.
Non fatelo vedere alle vostre mamme.

E poi ancora, molto rapidamente:

Dancer in the dark.

Ne dispongo addirittura una copia in dvd. È famoso per essere con Bjork, sia come attrice che come autrice della colonna sonore. Vi assicuro che questo film è la pena. Sconsigliatissimo.

Dogville.

Tutto ciò che ricordo di questo film è che c’era Nicole Kidman in un’ambientazione approssimativa fatta di baracche. Difficile e indigeribile. Assolutamente non lo consiglio.
C’è anche il seguito, Manderlay: non vedetelo mai.

Nymphomaniac.


Film porno di circa quattro ore uscito in due volumi. Piace alle donne e di solito di meno agli uomini, che non capiscono perché dovrebbero vedere un film del genere quando già ci sono i porno. Con Charlotte Gainsburg. Un’analisi schietta e spietata della vita di una ninfomane.

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Melancholia.

Il film più socialmente accettabile di quelli elencati finora. Una serie di persone attendono la fine del mondo. Molto bello, e per l’appunto, malinconico.

Non vi ho parlato del mio preferito, The Orchid Gardener. Ma sarà per la prossima volta.

Fonti:

https://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/05/18/news/cannes_mercoledi-16432593/

Letture di ottobre

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Desideravo acquistare questo libro già da qualche tempo. Si tratta di una raccolta di scritti più che altro a carattere politico di Luis Sepùlveda, ogni articolo è non più di 3-4 pagine perciò risulta di facile lettura. Una delle caratteristiche di Sepùlveda è la scorrevolezza, abbinata però a una grande profondità di contenuti. Portato via dal Covid nel 2020, l’ho riscoperto con “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore e “Patagonia Express”. Le edicole di Napoli e le bancarelle delle librerie sono piene di suoi libri, tutti editi da Guanda, la quale pubblica quest’anno una raccolta con tutti i suoi romanzi. Ho dedicato a Sepùlveda un articolo, “Riflessioni su Luis Sepúlveda, portato via dal Covid e sul suo Vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Dopo aver letto della morte di quest’autore mi sono avvicinata a Carmen Yanez, sua moglie, una poetessa dallo stile essenziale e deciso. Nella mia libreria ci sono anche Le rose di Atacama, Diario di un killer sentimentale e Incontro d’amore in un paese di guerra.

Poison City

Un regalo di compleanno rimasto nella libreria da molto tempo. Miniserie in due volumi, rilegato in un cofanetto, edito da J-Pop. Pur trattandosi di un buon prodotto, impegnato, non trovavo motivi per leggerlo. Autore: Tetsuya Tsutsui. Si tratta di un seinen. La cosa inquietante è che il fumetto è ambientato alla fine del 2019, ma è stato pubblicato intorno al 2015.

In Poison City il Giappone si sta preparando per le Olimpiadi di Tokyo del 2020. Vi ricordo che alla fine del 2019, nella nostra realtà, si iniziava a vociferare della pandemia e dopo poco tutto il mondo o quasi è finito in lockdown.

In questo manga c’è una storia nella storia, che contribuisce a una certa pesantezza nella trama: un mangaka, Mikio, che è il protagonista del fumetto, vuole pubblicare una storia di fantascienza basata sullo scoppio di un’epidemia; nella sua idea gli esseri umani, infettati da un virus, si trasformano in cannibali. Questo virus è stato creato artificialmente e i due personaggi del suo manga non sono stati ancora contagiati, risultando immuni grazie a delle sperimentazioni alle quali si sono sottoposti. La casa editrice di Mikio però teme la censura giapponese in quanto Dark Walker, questo il titolo del manga di Mikio, appare come una storia decisamente scomoda. La censura giapponese, infatti, da alcuni anni è sempre più attenta alle pubblicazioni in cui si presenta violenza e mette al vaglio tutte le uscite mensili, sottoponendo a grosse limitazioni quelle dichiarate “nocive”. In Poison City si intrecciano la storia di fantascienza che il protagonista vorrebbe disegnare e quella del Giappone in cui il protagonista vive; i due mondi risultano avere dei punti in comune, sia Mikio che i suoi personaggi devono combattere in un modo ostile.

Tetsuya Tetsui alla fine dichiara il suo intento: narrarci di quanto avvenuto davvero in America nel 1954, con la Comics Code Authority. I fumetti americani venivano sottoposti a fortissima censura sulla base del testo dello psichiatra Frederic Wertham, “Seduction of the Innocent”. Il problema si risolse negli anni a venire e ci fu il sopravvento dei supereroi americani nelle pubblicazioni dei decenni successivi, portando al panorama fumettistico così come lo vediamo oggi.

Tetsui inoltre racconta, con l’escamotage di una lettera inviata a Mikio, di come un autore americano abbia superato il problema della censura passando dal disegnare fumetti horror ad altri collocati nel genere satira/humour nero, che così non venivano censurati. Con l’arma dell’umorismo, intelligente e tagliente, quest’autore era riuscito ad esprimere le sue idee. Tetsui sottolinea anche quanto sia importante per un mangaka poter esprimere le sue idee, realizzare ciò che vuole, indipendentemente dalla possibilità del prodotto di avere un mercato, oppure no. Il suo intento è dire qualcosa. Un prodotto perde di valore se non ha un messaggio, e specialmente quando questo messaggio non è autentico. Sappiamo che molti autori utilizzano opere “commerciali” per pagarsi le spese e poter realizzare quello che realmente vogliono. Una volta che sono risolti i problemi economici, le opere devono poter essere libere. Ed è infatti questo uno dei maggiori problemi della libertà di stampa, che per essere libera deve però avere la capacità di autosostenersi, creando un sistema che si morde la coda, spesso. Ma magari ve ne parlerò un’altra volta.

Ci sarebbe molto da dire ancora su Poison City, ma semplicemente invito alla lettura se siete interessati ai temi contenuti. Onestamente si tratta di un’opera piuttosto lenta e non so se lo rileggerei o ricomprerei, ma si tratta senza dubbio di un’opera di valore.

Per quanto riguarda la strana coincidenza “premonitrice” sul Covid19 ambientata proprio tra il 2019 e il 2020, essa è avvalorata da alcune tavole del tipo:

Lungi da me voler fare del complottismo, Poison City si distacca molto nel secondo volume da quanto poi si è verificato nella nostra realtà di fine 2019-2020. Eppure, anche altri testi di fantascienza avevano profetizzato la pandemia da Covid19, come “The Eyes of Darkness” di Dean Koontz, il cui titolo è stato tradotto in italiano come “Abisso“.

Il libro è del 1981, mi viene fatta presente la trama (purtroppo al momento non so da dove queste righe siano state attinte, ma trovate, anche cercando su Google, lo stesso genere di inquietanti coincidenze)

“Uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti, portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese più importante e pericolosa del decennio. La chiamano ‘Wuhan-400’ perché è stata sviluppata nei loro laboratori di RDNA vicino alla città di Wuhan ed era il quattrocentesimo ceppo vitale di microorganismi creato presso quel centro di ricerca”

e poi:

intorno al 2020 una grave polmonite si diffonderà in tutto il mondo” e che questa è “in grado di resistere a tutte le cure conosciute”.

Il libro è ritornato un po’ alla ribalta ultimamente ma pare che poi si sviluppi come un normale libro di fantascienza (non so, io non l’ho letto), certo è che oggi sembra strano che quarant’anni fa si sia scritto qualcosa del genere, nuovamente indovinando l’anno esatto in cui tali eventi si sarebbero verificati.

La spiegazione di coincidenze di questo tipo, più marcate come in The Eyes of Darkness, ma anche quella di Poison City, è probabilmente da ricercarsi nel fatto che a Wuhan sono sempre stati presenti, da decenni, laboratori dove si facevano sperimentazioni d’avanguardia su virus, farmaci e vaccini, e ciò ha stimolato l’immaginazione dell’uomo. O forse no?

Per citare un altro film che ancora non ho visto che mi è stato nominato: “Non si cercano le coincidenze, o diventi pazzo.” (Pigreco – Il teorema del delirio). E quindi, per il momento, non pensiamoci più.

Tra gli effetti positivi di Poison City c’è che mi ha fatto tornare la voglia di disegnare dopo un lungo periodo (un mese, o forse più) in cui non trovavo in ciò più alcun significato (In fondo a cosa serve raccontare storie? È davvero importante? E perché?).

Vi lascio con qualche altra tavola del manga, in particolare, con l’identikit di un “autore nocivo”, dopo il monologo di Mikio, in cui spiega quando da bambino, timido e introverso, aveva capito che avrebbe trovato la sua realizzazione disegnando storie, e che i manga avrebbero aiutato altri come lui.

L’identikit di un “autore nocivo”.


Acquisti di Aprile

In primo piano

Lo so che non siamo ad aprile, ma questo è un periodo di transizione. Perciò beccatevi questo tris di fumetti inutili.

Happy Ice Cream!

A un certo punto, per motivi imprecisati, decido di concludere delle serie che avevo incomplete da vent’anni. Le avrei concluse volentieri, ma non trovavo i numeri in questione, così in una rivoluzione della libreria, decido di sfruttare la mia capacità di usare internet.

Il volume che mi arriva oggi tramite piego libri è questo:

Trama dell’editore: Sakurako Misaki è una tredicenne come tante altre, almeno finchè non fa la conoscenza di tre ragazzi, Mikado, Kotaro, e Tsukasa, accomunati da un segreto particolare: non appena hanno un pensiero erotico, si trasformano in bambini per 12 ore!

A parte che ho pagato più la spedizione del fumetto, pagando 4€ in tutto, che sarebbe stato lo stesso prezzo dell’epoca. Credo sia uno dei primi manga che abbia mai acquistato. Il titolo è tutto un programma. E ci ha messo anche un mese per arrivare.

Temi d’amore

È stata l’ultima serie completa che abbia preso in blocco, al Comicon del 2011, segnando la fine di un periodo otaku intenso. Questa serie era ad un prezzo affare: 13€ per 13 volumi, peccato di aver scoperto solo dopo che ne mancasse uno. Non ho mai potuto leggerlo, e mi sono sentita ingannata dal venditore che aveva scritto “serie completa” sul pacco di 13 volumi. Ora l’ho recuperato su Ebay, sempre pagato 4€ in tutto, con piego libri, ed è anche arrivato subito.
Inutile dire che non lo leggerò mai lo stesso.

I Gatti del Louvre

Acquistato su Amazon, sempre per la serie “concludiamo serie incomplete”. Questo manga, in 2 volumi, facilmente reperibile anche nelle librerie, è una storia di gatti nel Louvre. Le immagini sono più belle della storia, fondamentalmente si acquista per quelle.

Novembre dicembre, i mesi più freddi dell’anno

In primo piano

L’introduzione apparsa sull’ultimo libro di poesie di Carlo Pastore, ex presidente della sezione CAI di Piedimonte Matese e marito di Giulia D’Angerio, i due custodi del Matese, come li definì Teresio Valsesia (ex presidente CAI Nazionale e ideatore del sentiero Camminitalia).

Un omaggio a chi ha dedicato la propria vita alla natura e alla sua salvaguardia in modo sincero e disinteressato, con l’augurio che sempre più persone si diano da fare per preservare il nostro territorio.

Lago Matese: gli ultimi libri pubblicati a salvaguardia del parco, introduzione a cura di una giornalista di BassaIrpinia

Ho conosciuto Carlo Pastore nell’inverno del 2013. Ci accompagnò ad una salita sul Mutria innevato con ciaspole. Il cielo era di un blu spiazzante che faceva contrasto con la neve che aveva ricoperto ogni cosa. Ciò che mi colpì, quando arrivammo in cima, è che lui tirò fuori dallo zaino un taccuino, un foglio, o qualcosa di simile, e declamò una poesia. Mangiammo dei mandarini, e quelle bucce arancioni – anche queste straordinariamente brillanti – spiccavano sulla neve, sulle nostre mani allo stesso tempo bianche. Sembrava quel giorno che ogni cosa stesse giocando al gioco dei contrasti. Le mettemmo da parte, quelle bucce, di nuovo nello zaino, dicendo che avrebbero turbato il candore che ci circondava. I poeti sono attenti ai dettagli. E questa cosa talvolta può essere un problema, perché vuol dire non accettare tutto ciò che può turbare la bellezza.

Credo che un poeta lo sia indipendentemente da ciò che scrive. Per rubare la frase di un famoso poeta americano, Robert Frost (tra l’altro, uno di quei “veri” poeti in vita, i cui anni furono disseminati di disgrazie): “essere un poeta è una condizione, non una professione”.Un poeta lo riconosci subito, poiché si muove in modo diverso, vede con occhi diversi. Non è legato all’opinione comune. Il poeta continua a scrivere, a vivere in un determinato modo, indipendentemente dal fatto di avere una platea oppure no.

Il matrimonio tra Carlo Pastore e Giulia d’Angerio, definiti da Teresio Valsesia (ex vice presidente del CAI nazionale e ideatore del sentiero Camminaitalia) come “i due custodi del Matese“, mi ha sempre colpito. È inevitabile, ci sono alcune storie che hanno più fascino di altre. Sono avvolte da un’aura, nel loro riuscire a discostarsi dalla banalità quotidiana. Il poeta riesce a costruire un’esistenza diversa, a vivere come un poeta, in ogni istante: non è di certo un poeta solo per ciò che scrive.

In questo ultimo volume, “Novembre-Dicembre“, sono contenute perlopiù le ultime poesie di Carlo, quelle dal 2010 in poi. Due mesi freddi, che mi ricordano proprio quella salita al Mutria di quasi dieci anni fa. Si riferiscono, quindi, esattamente alla persona che ho conosciuto. Corredate quasi sempre da fotografie, le poesie (abbiamo due sezioni, Novembre e Dicembre) hanno inoltre in appendice una cronologia di ciò che è avvenuto in quei mesi dal 1962 ad oggi. Una sorta di sintetico diario che fotografa, negli anni, solo quei mesi di novembre e dicembre. Come a dire, lo scenario resta sempre immutato – perlopiù quello del Matese, di Piedimonte, del Mutria, la Gallinola, il Miletto – ma gli anni vengono sfogliati l’uno dopo l’altro. Non avrebbe avuto lo stesso effetto inserendo una cronologia con gli avvenimenti di tutti i mesi e gli anni in ordine. Sarebbe stato qualcosa di difficile da leggere e in qualche modo anche riduttivo.

Questo escamotage di raccontare una vita fissando solo alcuni istanti dell’anno è stato utilizzato da alcuni registi o scrittori: a me ricorda il film Boyhood dello statunitense Linklater (un film realizzato nell’arco di 12 anni, con gli stessi attori, ripresi in vari momenti della loro vita, vincitore di un Oscar, 3 Golden Globe e un Orso d’Argento nel 2015) o il meno noto Dieci Inverni di Valerio Mieli, ambientato a Venezia, in cui viene seguita l’evoluzione di un legame in dieci anni, riportando dieci scene in inverno (David di Donatello e 2 Nastri d’Argento nel 2009).

Carlo aggiunge al volume anche numerosi scritti non suoi, ma di amici delCAI, e alcuni documenti relativi a Piedimonte e trascrive degli episodi che ha reputato interessanti. Lascia così una testimonianza di come si sia evoluto un paese – e il corrispettivo parco regionale del Matese – in un lungo periodo di anni. Questi volumi di poesie sono da considerarsi sicuramente un omaggio ai luoghi in cui ha vissuto. Credo che sia anche questa infatti una delle caratteristiche principali di chi per un motivo o per un altro finisce per scrivere poesie: il senso d’unione con l’ambiente circostante. Chi scrive poesie non è distaccato dal mondo, non lo usa soltanto per viverci, ma ne è costantemente unito. Non può farne a meno.

Carlo annota per una vita le sue salite al Miletto, insieme a Giulia, dapprima estrapolandole dai diari, poi segnandole volontariamente. Alla fine del libro è presente uno specchietto che riporta queste salite al Miletto di Carlo e di Giulia. I due continuavano a “rincorrersi”, facendo a gara a chi salisse più volte. Dapprima Giulia era in vantaggio, poi Carlo la superò. Un amore che non mancava quindi anche di gioco, complicità e competizione.

In mezzo a queste salite – principalmente sul Mutria, sul Miletto sul Gallinola – viene intersecata non solo la storia del Matese ma anche quella d’Italia (ad esempio, è citato il terremoto dell’80), del CAI, del sentiero Camminaitalia di Teresio Valsesia. 

Tra le altre cose interessanti nella cronologia, voglio citare l’incontro nel 1982 con il poeta futurista Emilio Buccafusca di cui negli ultimi anni mi sono interessata (anche lui del CAI, medico, alpinista, pittore, piuttosto vicino a Marinetti); l’intensa attività di battaglie ambientaliste da parte di Carlo e Giulia e la gestione di un rifugio per cani. Addirittura, nel novembre 1998 Carlo riporta di essere giunto con Giulia fino in Germania per la consegna di due cagnolini da dare in adozione (raggiungono il rifugio per cani e gatti di Tierheim Worms).
In questi sessant’anni continuano ad accadere piccole e grandi cose. Si fanno inviare una motoslitta da Vipiteno (1983). Ricevono dei camminatori olandesi. Se volessimo collocare questo libro in un genere non sarebbe poesia, ma “slice of life”, ovvero uno spaccato di vita, poiché anche i componimenti poetici raccontano una vita (nella letteratura questo termine si usa per indicare una tecnica narrativa secondo cui sequenze apparentemente arbitrarie di eventi presentate nella vita). 

È interessante osservare come alcuni temi siano sempre presenti nel libro, non solo nella cronostoria in appendice. Svariate poesie sono dedicate ai cani (che li accompagnano spesso anche nelle salite): è il caso di Assia, Mally Mally, Chira, Piccina. Molte altre alle amiche e gli amici che incontra, o che talvolta perde. La maggior parte sono dedicate alla natura, alle montagne, com’è giusto che sia. E ritorna sempre – inestirpabile – un approccio critico alla società e ai valori ipocriti e convenzionali che la gente comune crede di rincorrere. Sembra che le convenzioni proprio non piacciano a Carlo. Misericordia, bontà, le convenzioni delle date, il significato comune che diamo alle parole sono alcuni dei temi di queste poesie, con le quali vince dei premi, qualcuno natalizio, a Santa Maria Capua Vetere ea Caserta,e in cui semplicemente esterna il suo pensiero in forma poetica. Ma si vede sempre quest’alternarsi di “pensieri semplici”, dettati dalla felicità o dalla tristezza di un momento ad altre poesie dal linguaggio più volutamente ricercato.

Io comunque credo che chi leggerà questo libro, principalmente, dovrebbe osservare. Osservare quanto può essere strana la vita, e come possa coniugarsi in diversi modi. Notare come alcune persone riescano a condurla in modo sempre personale, originale, senza omologarsi, dando una loro interpretazione e significato e allo stesso tempo decidendo di mostrarla agli altri.

Credo sia infatti, in ogni caso, un grande gesto di gentilezza mostrarsi così, agli altri. Perché no, per dare un esempio. Perché nella vita, se ci pensiamo bene, è molto più semplice non dire nulla, restare indifferenti alle cose che non vanno e tenere solo per sé ciò che si ama. Ma non è così che di solito funziona un poeta.

Love from the other side

In primo piano

Premetto che io raramente acquisto d’impulso senza informarmi prima sul contenuto, specialmente manga, in quanto si potrebbe venire ingannati da bei disegni e ritrovarsi il solito prodotto uguale ad altri. Ma in questo frangente mi trovavo a Piazza della Repubblica, Firenze, fuori c’erano 40° e volevo qualcosa da leggere. Inoltre, sono sempre stata attratta dalle “storie d’amore non convenzionali”. E questo volume unico, edito da J-Pop, ha per tema l’amore, ma intraspecie.

Se la copertina sembra un chiaro riferimento ad Hayao Miyazaki (il prato cosparso di fiori e la ragazza dai capelli bianchi ricordano innegabilmente Il Castello Errante di Howl), gli episodi autoconclusivi contenuti in questo volume hanno un carattere di originalità, seppur attingendo alle atmosfere macabre di molte favole occidentali.

Gli episodi al suo interno sono (spoiler):

1) A domani, Daisy.
Una ragazza solitaria si innamora di un enorme corvo di nome Daisy.

2) La donna lupo e il lupo umano
Un lupo antropomorfo e dai comportamenti umani, alleva una bambina con difficoltà, cercando di insegnarle a non essere un animale. Quando sarà adulta, le regala una fede, secondo le usanze umane e le chiede di sposarla.

3) Banchettando con la scorta di emergenza.
Un avvoltoio alleva una bambina per poi mangiarla. La bambina è molto affettuosa, e alla fine deciderà di non mangiarla con la scusa che probabilmente sarebbe “disgustosa”, per non ammettere di volerle bene.

4) Il re bianco.
L’amore/amicizia tra un bambino ed un leone, entrambi di sesso maschile.

5) Valzer di mezzanotte.
A mio parere la storia più noiosa. Un vampiro-topo gigante e una bambina che danzano insieme.

6) Invisibile.
La storia più bella, e anche la più lunga. Una ragazza cieca vive insieme ad un enorme mostro nero, intimorita che lei possa mangiarlo. Scoprirà che è di animo buono.

Si tratta comunque di uno dei migliori manga in cui mi sia imbattuta negli ultimi anni. Dello stesso autore, Nagabe, c’è anche Girl From The Other Side (11 volumi, 2015-2021, concluso, edito sempre da J-POP) da cui è stato tratto un episodio OAV attualmente non disponibile in Italia. Sempre J-POP, dello stesso autore, c’è inoltre Wizdoms, volume unico, anche questo con molti personaggi animali ma a tema “scuola di magia”. Quindi penso che, attualmente, mi fermerò a Love from the other side.

Ora, mi rendo conto che forse questo è stato l’unico manga che ho comprato quest’estate. Infatti da qualche tempo sono più spostata sui fumetti occidentali.

Un altro acquisto, che vale la pena di nominare, è stato il n.4 di Il Viaggio di Zero, che collezionavo già da tempo, uscito a fine aprile (Panini). Si tratta di uno spin-off di Nightmare before Christmas, disegnato da una giapponese (Kei Ishiyama), ma capirete che con i manga non c’entra molto. Della stessa autrice uscirà Grimms Manga Tales, 2 volumi di uno shoujo ispirato alle fiabe dei fratelli Grimm. Mentre in tarda primavera sono stata tentata da alcune splendide edizioni di Yoshiharu Tsuge, ma mi sono accontentata di Destino (Oblomov edizioni).

Sembrerebbe che il mio essere otaku si sia fermato qui. In realtà non è del tutto vero: anzi, sono arrivata al next level e ho iniziato ad acquistare cose su internet che non siano libri/fumetti.

Eccone qualcuna:

Un regalo proveniente da Gamestop.

Ut pictura poesis

In primo piano

Loving Vincent

Mentre cercavo un terzo film per concludere un “tris” di recensioni, mi sono ricordata di questo splendido lungometraggio, Loving Vincent, visto a inizio anno di cui non avevo speso parola, e che vista la complessità dell’argomento, meritava un post a parte. Il film è disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video (gratuita per i clienti Amazon Prime) ma è anche stato trasmesso in televisione.

Si tratta di un film d’animazione in rotoscope che descrive l’ultimo periodo della vita di Vincent Van Gogh, trascorso ad Auvers-sur-oise, in Francia, un piccolo paese, oggi di 7000 abitanti, a 52 km a sud di Parigi, che alla fine dell’800 era molto in voga tra gli artisti. Qui si ritiravano a dipingere scene di campagna, analogamente a come si poteva fare a Pont-Aven, in Bretagna, ancor più famoso ritrovo di pittori impressionisti e post-impressionisti.

Ad Auvers Van Gogh dipinse alcuni dei suoi quadri più celebri, come Campo di grano con volo di corvi o l’omonima Cattedrale di Auvers; ed è proprio qui che si trova la sua tomba (e non in Olanda come le sue origini potrebbero far pensare) insieme a quella del fratello Theo, al quale l’artista era profondamente legato e di cui infatti abbiamo, come principale riferimento sulla sua vita, tutta la corrispondenza.

Van Gogh morì apparentemente suicida, siamo nell’estate del 1890. Il film parla proprio di quest’ultimo avvenimento, seguendo le indagini di un personaggio esterno, che è il figlio di un postino e che ha intrapreso un viaggio fino ad Auvers. È incaricato di recapitare l’ultima lettera di Vincent, destinata al fratello Theo. Il figlio del postino scoprirà che anche Theo è morto e inizierà a interrogare vari personaggi con cui Van Gogh era entrato in contatto, per capire a chi sia più giusto consegnare quell’ultima lettera.

Loving Vincent ha la particolarità di essere un film “interamente dipinto”, cosa che lo rende unico nel suo genere. Si presenta, quindi, come un film d’animazione, con immagini che hanno lo stile dei dipinti di Van Gogh (alcuni, quando possibile, come Il volo dei corvi, sono proprio presenti fra le immagini) su una base in rotoscope.

Rotoscope: Questa tecnica prevede di riprendere immagini con attori veri, e poi successivamente, oggi in digitale, di “ricalcare” ed editare il video in modo che assuma le sembianze di un fumetto.

Personalmente amo molto questa tecnica, di cui mi sono innamorata dopo aver visto, già molti anni fa, film come Waking Life (che consiglio, si tratta di un film sui sogni, parlo abbondantemente di sogni in quest’altro articolo) e “A Scanner Darkly” (con Keanu Reeves, tratto da un libro di Philip K.Dick), tutti e due di Richard Linklater. Entrambi li vidi intorno al 2009-2010. In quel periodo ascoltavo molta IDM (per chi non la conoscesse: Intelligent Dance Music, un sottogenere dell’elettronica), band come Autechre, Boards of Canada, Plaid.

Fu un’estate molto strana, quasi irreale, e il rotoscope infatti ha questa particolarità: rende la realtà una non-realtà, la inserisce in uno stato intermedio, come se si trattasse di un sogno.

È perciò quindi una tecnica molto azzeccata per un film come Loving Vincent, poiché, nel descrivere la vita di Van Gogh, è necessario cercare di mostrare la realtà così come poteva vederla con i suoi occhi: dipinta. Sospesa, e metà tra il sogno ed il reale, riletta con una sensibilità differente.

Il tentato suicidio con colori tossici

Van Gogh è morto in miseria e, ufficialmente, anche suicida. Nel caso non si voglia credere alla versione del suicidio, bisogna comunque ammettere che se proprio si sia trattato di un assassinio, il colpevole ha semplicemente tolto a Vincent il problema di farsi fuori, cosa non sempre semplice, e che lui aveva comunque già provato a fare in passato da solo, ma con scarsi risultati. Van Gogh aveva avuto una lunga permanenza in manicomio, in cui aveva prodotto più di 150 quadri (tra cui la famosa Notte stellata) e aveva provato a uccidersi ingerendo colori tossici, così che gli era stato poi proibito di utilizzare la pittura ad olio.

Ancora prima, in una lite con l’amico Gauguin, si era tagliato il lobo dell’orecchio e l’aveva poi recapitato a una ragazza che gli piaceva, la prostituta di un bordello, Rachele. Non si può dire, quindi, che il nostro Vincent avesse un carattere facile.

Uscito dal manicomio, soffriva ancora di depressione e qui nel suo ultimo periodo ad Auvers era in cura presso un amico medico; sembrava tranquillo e in via di miglioramento, sebbene fosse evidente agli abitanti del paese il suo carattere solitario. Il medico che lo aveva in cura, anch’egli con velleità da pittore, era in realtà in forte competizione con Van Gogh (e non esente da invidie, come viene mostrato nel film), che, seppur tardivo (aveva iniziato a dipingere quando aveva già 27 anni) e assolutamente povero, manifestava un indubbio talento. Van Gogh era innamorato della figlia di quest’uomo, che però gli fu proibito di vedere; si sa poco e niente su se fosse ricambiato o meno. La donna negò di aver mai avuto una relazione con lui, ma resta che non si sposò più e conservò una considerevole collezione di suoi dipinti.

Van Gogh in quel periodo ad Auvers era in continuazione oggetto di scherno da parte degli altri pittori che erano soliti riunirsi a bere all’aperto e a frequentare donne di facili costumi dopo aver dipinto tutto il giorno. La pistola con cui rimase ferito allo stomaco apparteneva a uno di loro, il pittore Emile Bernard. Van Gogh quel pomeriggio del 29 Luglio 1890 ritornò sanguinante alla locanda dove alloggiava, senza voler rivelare il nome dell’assassino, e morì dopo due giorni.

Lettere a Theo

Il film è di produzione britannico-polacca ed è uscito nel 2017 in Italia per soli tre giorni. Mette in luce come Van Gogh fosse un uomo assolutamente gentile, apparentemente normale, che rifuggiva però la maggior parte delle compagnie, troppo rumorose e volgari rispetto al suo modo di essere. La sensibilità non comune di Van Gogh è evidente anche dalle lettere a Theo, in cui spesso si possono cogliere maggiori dettagli sui suoi quadri. Queste si possono ritrovare nell’edizione Guanda (una casa editrice famosa per aver portato in Italia autori come Luis Sepulveda).

Nota: la frase nel titolo è una locuzione di Orazio e vuol dire “Come nella pittura, così nella poesia”, a sottolineare la vicinanza fra i due mezzi d’espressione. Lo stesso Van Gogh, affermava che “disegnare a parole è anch’essa un’arte, che a volte tradisce una forza nascosta e dormiente, come piccoli fili di fumo grigio o blu svelano l’esistenza di un fuoco nel focolare”.


“Io sono completamente preso dall’immensa pianura con i campi di grano contro le colline, senza confine come un mare, di un giallo, di un verde tenero, delicato, il viola tenero di un pezzo di terreno zappato e sarchiato, con il verde delle piante di patate in fiore che forma un disegno a scacchi regolari, e tutto ciò sotto un cielo a tonalità delicate di azzurro, bianco, rosa, e violetto. Sono di un umore sin troppo calmo, sono dell’umore adatto a dipingere questo.”

(Lettere a Theo, 650)



Dove vedere Van Gogh in Italia:

Senza nessuna pretesa di esaustività, annoto che Van Gogh è presente nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma (dove c’è anche qualcosa di Klimt) e nei Musei Vaticani (Pietà di Van Gogh, devo averlo visto, ma distratta da altro non me lo ricordo).

Van Gogh all’estero:

Oltre al più che noto Van Gogh Museum di Amsterdam (del quale purtroppo non ho foto, probabilmente erano vietate), è ricco di quadri Van Gogh anche il famosissimo Museo d’Orsay a Parigi, una ex stazione ferroviaria adibita a tempio dell’impressionismo e post-impressionismo.

Altrimenti era un articolo troppo serio. Pezzo su Amsterdam del Pagante.

Comunque su Amazon Prime (servizio oramai più che diffuso, visto che fare a meno delle consegne a casa gratuite non si può) ci sono anche altri film dedicati a grandi della pittura: Renoir (2012); Gauguin con Vincent Cassel (2017); Klimt (2006) con John MalkovichEgon Schiele (2016) e Caravaggio (1986). Forse converrebbe dare una chance a qualcuno di questi.


Fonti:

Lettere a Theo – Van Gogh
Grandi Monografie Mondadori – Van Gogh

Museo d’Orsay – Catalogo ufficiale

Harley Quinn: un Amore folle

Correva l’anno 2016 quando uscì sul grande schermo Suicide Squad, un film dell’universo DC e in cui fece per la prima volta debutto al cinema Harley Quinn, interpretata dalla bellissima Margot Robbie, un’attrice australiana uscita fuori negli ultimi anni, dall’aspetto di bambola ed un curriculum di tutto rispetto (uno dei suoi primi film è The Wolf of Wall Street di Scorsese).

In Suicide Squad il Joker era Jared Leto (Fight Club, Ragazze interrotte, American Psycho, Requiem for a dream, Alexander, Blade Runner 2049, nonché frontman della band Thirty Seconds to Mars) e già questa sembrava una cosa singolare, abituati com’eravamo a figurarci il più acerrimo nemico col volto del compianto Heath Ledger o al massimo con quello di Jack Nicholson (Batman, 1989, di Tim Burton).

Comunque, sebbene ami molto divagare – specialmente su Batman – con il pipistrello Suicide Squad non c’entra quasi niente: in questa serie di film e fumetti viene assemblata una squadra speciale di criminali psicopatici in cui è presente, come vi dicevo, il Joker, la sua fidanzata Harley Quinn ed altri personaggi, di Batman non se ne vede l’ombra. In ogni caso però risultò un film molto riuscito, con la regia di David Ayer e al quale è seguito un altro capitolo, Suicide Squad – Missione suicida (2021), abbastanza maldistribuito a causa del Covid, uscito in Italia dal 2 Agosto e negli Stati Uniti dal 5 Agosto sia in sala che su HBO Max (una sorta di Netflix statunitense legata a Warner, e che in Italia risulta collegata a Sky, a sua volta collegato a Netflix: tant’è vero che su Netflix spesso appaiono film recentissimi e freschi di sala).

Da Suicide Squad comunque sono passati sei anni.
Anche se per molti sembra che Harley Quinn sia sempre esistita, perlomeno da quando si sente parlare di Joker nei film, si tratta in realtà di un personaggio relativamente giovane, creato da Paul Dini e Bruce Timm nel 1994, due animatori di cartoni di Batman. Se paragonata a Joker, che è del 1940, capiamo che Harley è davvero una ragazzina!

Eppure, il personaggio è così interessante da essere oramai noto a tutti e difficile da dimenticare. Il nome Harley Quinn, che prende dal momento in cui diventa una criminale, è la contrazione di Harleen Quinzel, nome di battesimo che a sua volte le valse la conquista del Joker, il quale si avvicinò a lei proprio perché il suono del suo nome gli ricordava Harlequin, la maschera veneziana – in realtà di origine bergamasca – nota a tutti, esempio di allegria e leggerezza.
Il Joker disse qualcosa del genere “Mi fa sentire bene”. Può davvero un nome influenzare l’amore? E quanto? Fatto sta che il nome è una delle prime cose che conosciamo di una persona, e ci rivela, implicitamente, molte cose di quella persona, sia della sua famiglia che di quanto ha vissuto fino a quel momento. E questo e altri dettagli della genesi di Harley Quinn sono spiegati nella prima storia in cui appare, Amore folle, realizzata dai già citati Paul Dini e Bruce Timm.

In Amore folle Harley dimostra subito, non solo di essere graziosa ma anche molto intelligente: arriva subito a confrontarsi con Batman, ad un passo da ucciderlo, lì dove Joker non era mai riuscito.

Dal 1994 in poi Harley è diventata molto popolare: oltre alle copiose uscite di fumetti che la riguardano, esiste anche una serie televisiva del 2002, Birds of Prey, di 12 episodi, dove la dottoressa Harleen Quinzel è tra le protagoniste (le Birds of Prey sono un gruppo composto da diverse supereroine come Catwoman, Batgirl, Hawkgirl, Oracle, etc.), ma addirittura di recente è uscito anche un intero film dedicato a lei: Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (sempre con Margot Robbie).

Intelligente, sensuale e a suo modo romantica, pur trasformata anche lei in una criminale, Harley non rinuncia nelle sue fantasie all’idea di una famiglia con tanti piccoli jokerini.

Ma perché attira tanto la storia tra Joker e Harley Quinn?

Forse perché è un rapporto malato, deviato. Inizialmente Harleen Quinzel era la psichiatra alla quale era stato affidato Joker, ma in breve la situazione si ribalta, perché anziché curarlo, perderà lei il senno, innamorandosi del suo paziente. Il personaggio di Harley è molto interessante proprio perché anche se follemente innamorata non è la classica donna sottomessa (sebbene faccia di tutto per compiacere il suo puddin‘, ovvero, budino, come chiama affettuosamente Joker), ma è carica di energia e con molte abilità; il modo in cui esplica il suo amore – che la vede purtroppo in una posizione di inferiorità, visto che spesso Joker la rifiuta – è ossessivo.

Nel fumetto che l’ha lanciata vengono messi subito in evidenza tutti i tratti della sua personalità: inizialmente famosa al college per le sue abilità di ginnasta, frequenta la facoltà di medicina (nella quale avanza rapidamente, talvolta trovando stratagemmi per superare gli esami senza studiare); ambiziosa, chiede di fare il tirocinio all’Arkham Asylum, il manicomio criminale di Gotham dove sono rinchiusi pazzi criminali e serial killer, e lì i medici le fanno notare che con il suo ricco curriculum avrebbe potuto richiedere di fare esperienza anche in posti più prestigiosi. Ma pare che lei volesse scrivere un’irritante “collana di libri di autoaiuto” e acquisire così la notorietà. Riesce con difficoltà a farsi affidare Joker e per lei quello è l’inizio della fine.

La lettura di Amore folle scorre leggera, con un tratto giocoso e mai volgare (i suoi autori spiegano nei commenti di come abbiano fatto a realizzare certe scene senza suscitare scandalo), ed è ben diverso dagli altri fumetti in circolazione su Harley che hanno una grafica certamente più accattivante, ma meno efficace. Amore folle risulta divertente e profondo, spiegando in un attimo chi è davvero Harley Quinn.

Una donna intelligente, sensuale e a suo modo romantica, ed è così che la descrivono gli autori sia nelle tavole che nella prefazione.

L’edizione contiene anche le tavole nella prima inchiostrazione in bianco e nero e nell’originale colorazione (il colore è stato poi rinnovato), gli autori spiegano inoltre la genesi di questo fumetto. In particolare, per chi ama disegnare, può essere utile annotare il trucchetto usato da Paul Dini per semplificarsi la vita: dividere la pagina in 9 riquadri, fotocopiare lo schema e impostare la storia in questo modo, al massimo ove necessario unendo i riquadri in delle strisce più lunghe. Niente complicati layout e risalto massimo alla storia.

Un’altra curiosità interessante è il fatto che Paul Dini e Bruce Timm si siano ispirati per il personaggio di Harley a una storia vera: una loro amica era invischiata in una relazione assolutamente tossica, in cui l’oggetto d’amore, a causa di alcune sue personali ossessioni (cit.), non riusciva a ricambiare opportunamente. D’altra parte, Joker, così come molti criminali reali, incarna lo stereotipo del perfetto narcisista. Ma questo sarebbe un discorso lungo e sinceramente di cavalcare l’onda del narcisismo, di cui spesso e volentieri si parla su internet, non ne ho proprio voglia. Ma sicuramente ringrazio Harley per non aver creato sua personale collana di irritanti e inutilissimi libri di autoaiuto ma essere diventata piuttosto una psicopatica gran figa decisamente più divertente. Grazie Harley.

Margot Robbie in Birds of Prey. Il film inizia con Harley Quinn che si lagna per essere stata lasciata da Joker, e fa saltare in aria l’industria chimica che l’aveva sfigurato, la Axis Chemicals, tanto per far qualcosa di spettacolare. Inoltre essere sganciata da Joker la espone a diversi pericoli: non ha più il rispetto e la protezione che essere la fidanzata di Joker le assicurava.
Margot Robbie in Suicide Squad 1.
Margot Robbie in Suicide Squad 2. Qui Joker è assente, ma pare abbia altre fantastiche conquiste.

Altri fumetti di Batman: Batman: Hush.

Fonti:

https://www.panini.it/shp_ita_it/batman-amore-folle-m1vdel004isbn-it08.html

Un gran casino

Avete lasciato entrare Ascanio? Il feng shui è favorevole?

Supporto: cartoncino di LIDL per fare lettering, ignorando il fatto che dall’altro lato ci sia scritto Happy Birthday
Pennarelli: Staedtler un po’ consumati
Scannerizzato con Canon TS5151

Nel telefilm che sto vedendo, It’s ok to be not ok, il fratello del protagonista disabile ha uno stegosauro di peluche sempre con sé.
Sì: è autistico.





Staedtler Sketching Set

(Sono più autentica quando mi lamento dell’inutilità degli articoli che quando scrivo seriamente, ma oramai l’ho scritto e lo metto qui.)

Decido di regalarmi per capodanno questo set della Staedtler che consiste in 6 matite Mars Lumograph, 3 normali e 3 grosse, 3 pennarelli, temperamatite e gomma.
Di fatto ero giunta lì per acquistare 3 pennarelli Staedtler, visto che i miei, comprati parecchio tempo fa, mi davano l’impressione di non essere molto performanti. Ognuno di questi pennarelli costa dai 2.60€ ai 3-4€, a seconda del negozio in cui vi servite, e servono di varie carature: personalmente secondo me non possono mancare lo 0.1, lo 0.3 e lo 0.5. Quindi, diciamo che avrei speso una decina d’euro lo stesso in pennarelli, e ho preferito dirottare su questo cofanetto e provare così qualcosa di nuovo. Per una persona pigra come me, avere una matita grande per fare chiaroscuri non può che velocizzare i tempi! Inoltre sulla confezione suggerivano di provare a realizzare il caprone lì riportato con l’aiuto di un tutorial disponibile sul sito Staedtler.


Sul sito Staedtler, in effetti, che ha la versione anche in italiano, è pieno di tutorial.
Onestamente anche per i tutorial ci vuole pazienza, ma presa dalla noia, l’ho provato. Questa è la mia versione del caprone. Tempo suggerito 85 minuti. Io ce ne avrò messi 5-10.

Scannerizzato con Canon InkTS5151.

Canon TS5151

Acquistata per la Befana da Unieuro, si tratta di una stampante fotografica. Diciamo che era da parecchio tempo che guardavo questi oggetti in esposizione e provavo un po’ segretamente invidia per chi – frivolamente – mi diceva di stampare talvolta immagini a colori, come copertine di dischi o fotografie. A mia volta regalai, per una laurea, una stampante fotografica Canon della stessa fascia di prezzo e mi vennero portate poi delle mie foto stampate con questa. Erano carine, ma in realtà rimasi un po’ delusa della qualità di stampa (erano ottime, ma non come sullo schermo! – considerando poi che erano foto scattate con macchine fotografiche da 4000€), e specialmente rimanevo un po’ perplessa dell’utilità in generale di questi oggetti.

Alla fine però ne ho presa una. Motivo? Il desiderio di collegarla wireless con i miei vari dispositivi (telefono, Ipad e computer) e di stampare in autonomia qualche disegno realizzato con Ipad.

Di fatto non ho tutte queste cose da stampare (e questo è un bene, visto il costo di cartucce e carta fotografica Canon), ma possedere un oggetto di questo tipo permette di avere indipendenza e non dover recarsi da qualche pezzente per la stampa, cartolerie che di solito o non hanno la carta, o sono chiuse, o fanno orari casualissimi assecondando il flusso di ragazzi delle scuole e l’andamento pandemico; insomma, sicuramente perdere mezza giornata per stampare un disegno o una foto – di cui potrei fare assolutamente a meno – non fa per me, a meno che non sia qualcosa di veramente importante. Credo di non aver mai portato niente da stampare a colori da nessuna parte in tanti anni, a parte che per motivi diciamo di lavoro.

Continuo a credere che le vere stampanti siano solo quelle laser b/n (ne ho diverse), ma i tempi hanno cambiato anche le nostre abitudini e le cose da stampare non sono davvero così tante: in fondo, un libro si può leggere tranquillamente su tablet. Gli stessi moduli da compilare, possono essere compilati su tablet e inviati via mail senza passaggio su carta. Insomma, mi ritrovo da tempo a stampare poco, anche in b/n, mentre il desiderio di avere qualcosa a colori cresceva.

Mettendo in uso questa stampante (che per giocarci ho rifiutato un’uscita a Sorrento – e qui mi sono sentita in colpa e ho capito di fare davvero schifo per quanto sono nerd e col desiderio di stare al computer), mi sono accorta che mentre su alcune cose si è configurata da sola in modo straordinariamente facile (connessione wifi, installazione software, altro), però poi per stampare le cose è necessaria una laurea (e io la ho!!!), poiché con il portatile stampavo tranquillamente, mentre da telefono no (?).

Insomma, alla fine, comunque, senza troppo impegno perché comunque avevo anche altro da fare, ho stampato 5-6 cose per prova (ad un calcolo approssimativo del commesso di Unieuro, ogni stampa viene sui 60 centesimi) e mi si sono creati tutta una serie di problemi e interrogativi ben peggiori:

– Per tagliare le mie stampe perfettamente, devo allestire una postazione di ritaglio con base, taglierini, squadrette a 90 gradi… A questo punto potrei anche diventare corniciaia come terzo o quarto lavoro.
– Cosa dovrei farmene di questa roba che stampo? Ingombrare cassetti?
– Necessito della carta fotografica giusta – non una a caso che avevo nel cassetto e uso per disegnare, che è buona, spessa ma non fotografica – e comunicare alla stampante quale sto usando, in modo da avere la migliore resa;
– Se avevo deciso di smettere di disegnare, perché ora voglio stampare i miei disegni?

Conclusione: non comprate mai niente che fate meglio. Ogni cosa è una dannazione. Anche le possibilità sono dannazioni. Non fatevi ingannare da un bel sogno.

Ciò nonostante, sono soddisfatta di aver finalmente provato un oggetto del genere, che non possedevo dal 2001 circa, quando, teneramente, stampavo immagini di Inuyasha e le conservavo nel cassetto.

Inoltre, ciò che mi sembra veramente utile, e che sfrutterò forse di più, è lo scanner (si tratta di una stampante multifunzione, già ne avevo, ma questa come vi dicevo è più semplice da usare tramite dispositivi), che mi ha permesso di scansionare subito in pochissimo tempo e ad alta risoluzione un disegno fatto ieri, trasferendolo immediatamente a telefono/Ipad.

Ah, un altro problema non indifferente: non ho proprio la minima idea di dove mettere l’altra multifunzione laser che al momento non uso (ma che tornerò ad usare, poiché è laser). Il feng shui mi si sta rivoltando contro. State attenti al feng shui. E al capitalismo.

Non comprate neanche impastatrici, friggitrici ad aria, aspirapolveri Roomba per metterci il gatto sopra e cose del genere.

Ciao.

Film a caso di Amazon Prime

Perché recensire film belli quando si possono recensire film brutti?


Fiori per Algernon

Famoso racconto di fantascienza del ’59 di Daniel Keyes e di cui ricordavo tratti e citazioni interessanti, per disperazione vedo l’adattamento per la televisione del 2000, scoprendo che l’avevo anche già visto. La storia parla di un esperimento da compiere sui disabili al fine di renderli intelligenti, ma bastano 2 minuti di film per rendersi conto che anche un disabile si rifiuterebbe di vederlo. Scopro che Algernon, che dà il titolo alla storia, è il nome di un topo da laboratorio. Darebbe luogo a molti spunti di riflessione, se non fosse tutto trattato in modo enormemente stupido. Insomma, un film con una bella storia ma realizzato come un polpettone.

Consigliato: no.

Il Giardino Segreto

È il tampax day e non sapete che fare? (ricorrenza davvero esistente, il 28 Maggio è la giornata mondiale delle mestruazioni). Siete stati stati invitati al compleanno di vostra nonna e volete concludere la giornata con qualcosa di ancora peggio? Avete finito la vostra scorta di bifidus?

No, dai, scherzo (o forse no), Il giardino segreto è un film molto grazioso che consiglio a… famiglie e donne con il ciclo. Ciò che mi ha spinto a vedere questo film è stato il fatto che nelle estati degli anni ’90 vedevo un anime intitolato Mary e il giardino dei misteri, che mi piaceva moltissimo.

Era ispirato, come molti anime anni ’80-90, a una storia occidentale: Il giardino segreto è un famoso libro inglese per ragazzi di Frances Hodgson Burnett, autrice anche dell’ancora più noto Piccolo Lord, che credo un po’ a tutti ci hanno propinato da piccoli.

Il film ha delle belle immagini ed un buon cast (anche Colin Firth nei panni del vecchio zio Craven), ma la cosa migliore è il cane Fozzie. Questa bambina convince lo zio che non è il caso che venga mandata a scuola, ma che è più sano che passi tutto il giorno a sguazzare nel fango in giardino insieme a un cagnolone peloso. Inoltre, con più credibilità di Padre Pio, fa alzare suo cugino dalla sedia a rotelle.

Scopro inoltre una cosa: il giardino segreto di cui si parla nel film è quello che si definisce un hortus conclusus, ovvero un giardino recintato, tipico medievale, di solito appartenente a monasteri che usavano coltivare erbe medicinali. Il motivo per cui può interessarmi questa cosa è chiaro leggendo un mio vecchio articolo, sull’Orto di Virgilio, un fazzoletto di terra racchiuso in Campomaggiore (Montevergine, AV), in cui i monaci coltivavano erbe medicinali e la cui precisa ubicazione è ancora tenuta segreta.

Il laghetto di Campomaggiore, Montevergine (AV)

Favolacce

Il caso mi ha proposto questo film più volte: prima, in un cinema all’aperto di Prato, stavo valutando di vederlo insieme alla ragazza di mio cugino; disponibile su Amazon Prime, l’avevo adocchiato mesi fa, ma ciò che mi ha portato a vederlo sul serio è stato notarlo nel video di presentazione dell’Iphone 12 Pro Max. Cioè, sembra quasi che la conseguenza naturale di avere un Iphone 12 Pro Max sia vedere un film italiano d’autore. Favolacce ha vinto diversi premi. Se li è meritati tutti. Intanto, gli abitanti di Spinaceto si offendono e Nanni Moretti in Caro diario in confronto era stato un signore. Lo so di essere stata criptica, ma il punto è che il film è ambientato a Spinaceto e vi assicuro che non è per niente divertente.
Bello.

The Orchid Gardener – Le donne sempre – sempre – disprezzano ciò che è debole.

Corto del ’77 di Lars Von Trier, regista danese che ho iniziato ad amare dopo aver visto “Il Regno”, una miniserie in 8 episodi (disponibile su Amazon Prime Video) che veniva anche citata dalla band Vanessa Van Basten nell’album La stanza di Swedenborg.

E così è questo Orchidgartener, uno dei suoi primi lavori, in bianco e nero.

Victor Marse sapeva che la cosa peggiore che loro potessero fargli era non sorridergli, e che le donne sempre – sempre – disprezzano ciò che è debole.

Potrei dilungarmi a spiegarvi la trama e potremmo chiederci insieme perché in una delle scene una donna lesbica sgozza un grazioso piccione e usa il suo sangue per colorarsi le guance al posto del phard; ma il punto interessante di tutto il corto (37 minuti) è che il protagonista, Victor Marse, interpretato dallo stesso giovane Lars Von Trier, decide di coltivare il suo amore per Eliza così come si potrebbe fare con un’orchidea. In realtà, tra le due donne presenti nel film, non si comprende bene chi sia Eliza, il tutto è volutamente confuso; fatto sta che le due donne hanno una relazione tra loro e per Victor c’è poco spazio. Dettaglio non poco irrilevante: Victor si trova in un sanatorio e le due donne sono le sue infermiere, Victor è infatti un giovane artista di discendenza ebrea che arrivato all’età adulta capisce che seppur originariamente benestante, si ritrova adesso da solo con i suoi guai e non ha più alcuna fiducia negli uomini.

Bellissimo.

Lo trovate per intero su Youtube.

And he soon realised, he was alone and that no one would help someone else. Victor Marse was an artist and understood it.He was always afraid of not being capable and back when they were right, they had called him a wimp. Then it happened that he imagined. He needed a thing – a subject – to busy his mind with. He truly cherished Eliza from back then a long time ago. He now decided to love her.- I’m not Eliza.Here is Eliza’s friend.Here is Eliza also part of it

.… to decide to love…

Victor Marse decided to cultivate his love of her.

Yes, almost like you would cultivate and orchid.

Niente amici al tramonto

Finalmente posso pubblicare alcune recensioni scritte l’inverno scorso. Tenet.

Raccolgo topi nel cuore della notte (grazie Pezza per il regalo) e vedo un film di NolanTenet.

Il film è molto interessante e innovativo dal punto di vista stilistico, sebbene sia proprio l’idea di fondo a renderlo uno sci-fi action non molto digeribile: tutto si basa su di un algoritmo che permette di invertire l’entropia degli oggetti, così che possano funzionare al contrario, in pratica facendoli viaggiare nel passato (per i non addetti ai lavori: l’entropia in fisica è una misura del disordine del sistema, e il passaggio da uno stato A a uno stato B implica una variazione di entropia, il II principio della termodinamica afferma che l’entropia nell’universo tende sempre ad aumentare, ovvero, tutto in natura ha il “brutto vizio” di degradarsi, ovvero disordinarsi sempre di più. Sono state scritte pagine e pagine su questo principio ed è forse uno dei più affascinanti della fisica.)

Il film è condito per tutto il tempo con una citazione di Walt Whitman:

“Viviamo in un mondo crepuscolare”

Messaggio in codice al quale, per farsi riconoscere, occorre rispondere:

“Niente amici al tramonto”.


Trama: Il Protagonista (è denominato proprio così) è impegnato in un’operazione che ha il fine di evitare una terza guerra mondiale nella quale si farebbe uso di tecnologia nucleare e di impedire che l’algoritmo finisco in possesso dei cattivi. Questo algoritmo, per far sì che non possa nuocere all’umanità, viene fatto anch’esso viaggiare all’indietro nel tempo. Nel film gli oggetti con entropia negativa (ma possono essere anche persone) sono detti “invertiti”.

Il film è confusionario proprio a causa di questo miscelarsi di scene che vanno letteralmente all’indietro, ed altre in avanti. Per fare un esempio, un proiettile invertito, che è stato sparato in un muro, ritorna spontaneamente dal muro all’arma scarica; per far accadere una cosa di questo tipo basta l’intenzione.

Nolan si conferma sempre come uno dei pochi registi in grado sia di utilizzare effetti speciali (e quindi grandi budget) ma anche di innovare. Lo si è sempre visto, già da uno dei suoi primi film, Memento (2000), ma anche nel più recente Inception, il quale non si può dire che non fosse cinematograficamente interessante. Inoltre il suo Batman – The Dark Knight potremmo definirlo senza troppi sensi di colpa il migliore mai realizzato, e se la giocava con i lavori di Tim Burton.

Un’altra cosa interessante di Tenet, è che ha delle magnifiche scene girate in varie parti del mondo, tra cui al largo della costiera amalfitana. Già solo queste giustificano la visione di un film così macchinoso. Nella colonna sonora, infatti, c’è anche un brano intitolato “From Mumbai to Amalfi.” In sostanza, un film difficile ma assolutamente consigliato. Da vedere almeno una volta.

Alcune frasi dal film Tenet:

Sono ancora io là dentro che intreccio un altro passato nella trama della missione.


– Io sono Il protagonista di quest’operazione!
– Tu sei un protagonista. Pensi di essere l’unico capace di salvare il mondo?



Hai salvato il mondo, non si può lasciare niente al caso.


Ma cambia, se ci comportiamo diversamente?


– È andata come andata, è un’espressione di fiducia nella meccanica del mondo, non una scusa per non far niente.
– Destino?
– Chiamalo come vuoi
– Tu come la chiami?
– Realtà.


Hai un futuro nel passato.


A nessuno interessa della bomba che non è esplosa, ma solo di quella che è esplosa, quella è la bomba che può cambiare il mondo.

Altri film di Nolan che un tempo ho recensito:

Interstellar: di questo film ci è piaciuto molto il menu

7 Motivi per odiare Inception

The Dark Knight Rises